CHIESETTA SAN VIGILIO

da web master  -  23 Febbraio 2014, 11:24

La chiesetta

In cima a uno sperone di roccia accanto al fiume, sul luogo dove secondo la tradizione popolare il corpo di San Vigilio fu ripescato, dopo che i pagani lo gettarono nel fiume  arca,   dove la Passio narra la vicenda della disputa per il corpo del martire con i bresciani, sorge la chiesetta di San Vigilio a Vat. A testimonianza e supporto di entrambe le versioni, di fianco alla facciata della chiesa e appoggiata al campanile si trova una nicchia in muratura nella quale forma una base d'altare un masso di granito con su incisa una croce; in entrambi i casi la tradizione vuole che su quel sasso sia stato deposto il corpo di San Vigilio.

Sullo sfondo del capitello sta una piastra di marmo, posta a sostituzione di un affresco piuttosto deperito che rappresentava il santo martire disteso in abiti pontificali, che porta la seguente epigrafe: “VETUSTA TRADIZIONE RICORDA CHE NEL TRASPORTO DI S. VIGILIO MARTIRE DA RENDENA A TRENTO DURANTE LA DISPUTA COI BRESCIANI PER IL POSSESSO DELLA SACRA SPOGLIA ESSA VENNE QUI DEPOSTA 26 GIUGNO 405”33.Anche la collocazione della chiesetta fa propendere più verso la tradizione della disputa poiché il luogo ove sorge si trovava a circa un chilometro da Tione, sulla strada secondaria che portava in Val Rendena; la località stessa si chiama tutt'ora comunemente “Vat”, parola molto affine a “Vadum” (in latino: traghetto), come poteva essere allora un eventuale passaggio sul fiume che segnava il confine tra territorio bresciano e trentino. La chiesa attuale venne costruita, assieme al campanile, con le elemosine dei fedeli nell'anno 1692 sotto il parroco don Girolamo Carneri da Cles e fu consacrata il giorno 29 maggio del 1695 dal Vescovo suffraganeo Giorgio Sigismondo de Sinersperg durante una visita pastorale. Il piccolo edificio lungo 16 metri e largo 7 è distribuito sui tre corpi di fabbrica della navata, dell'abside e della sacrestia, ed è d'impronta prettamente romanica pur non presentando, sotto il profilo architettonico, particolari peculiarità. La facciata è a capanna con un portale barocco (stile imperante nel Seicento) sormontato da una statuetta di San Vigilio, dietro la quale si apre una finestra a lunetta nella cornice di un affresco a festoni; i fianchi sono di un'estrema semplicità e il campanile in pietra molto “rudimentale”. L'interno, molto angusto, ad eccezione delle finestre, è strutturalmente romanico e l'avvolto è costituito da tre campate a crociera, compreso il presbiterio, la cui arcata è legata da una chiave di legno dipinto su cui è innalzato un Crocefisso e che reca l'iscrizione: “PRO POPVLO INGRATO RESPICE QVANTA TVLI EGO VITA”. Contemporaneamente alla chiesa fu costruito anche l'unico altare in legno colorato e dorato, più in stile rococò che barocco, con due colonne e spirale, ricoperte di rami e di fiori pendenti, portante figure di angeli e cariatidi. Ben più ricco e decorato di quanto appare oggi, deturpato da furti e danneggiamenti, doveva apparire ai tempi del Boni, che così ce lo descrive: “Una pomposa vetrina con entro la statua della Madonna, trentotto figurine di angeli fra statuette e testine, e due belle cariatidi nella base. La pala rappresenta la Madonna col Bambino seduta su di un tron. Al fianco sinistro della Madonna vi sono S. Massenza e S. Antonio abate, alla destra, S. Vigilio in abiti pontificali con pastorale e zoccolo, S. Gio. Batta bambino, e S. Stefano”.

Merita invece maggior considerazione l’antica cappella, che fu convertita in sacrestia quando si eresse la chiesa attuale; trattasi di una piccola costruzione rettangolare (circa cinque metri per tre) che ha un semplice avvolto a tutto sesto. Nominata già negli atti visitali del 1526 e 1537, si presume avesse la facciata aperta sul davanti verso la strada che passava di là, una grata di legno sull'ingresso e, data l'angustia dello spazio interno, una tettoia molto sporgente a rifugio dei fedeli o dei viandanti durante le intemperie. Più tardi, dagli atti del 1579, sappiamo che questa cappella era male in arnese e cadente, e furono dati ordini per il restauro, rinnovati ancora nel 1603, ma rimasti inefficaci per mancanza di denaro fino alla costruzione dell'attuale chiesetta. Nei restauri di fine '800 venne alla luce l'ara in muratura di forma cubica coperta da una piastra di pietra arenaria bianca a tutela del sepolcreto o loculo delle reliquie, compresa nel corpo di un altare costruitovi sopra e poi demolito, che era certamente il primitivo minuscolo altare della cappella. Sempre gli scavi portarono alla luce la base di un coro originario a forma semicircolare e con resti di affreschi, successivamente demolito, nel quale stava a malapena il celebrante rivolto verso il pubblico, e l'antico pavimento, trentacinque centimetri più basso di come si presentava prima dei lavori. Importante per poter risalire ad una datazione della costruzione della chiesetta è una grata a traforo di pietra bianca di tipo bizantino, tutt'ora ivi conservata, e che si trovava con tutta probabilità al centro del coretto distrutto; presumibilmente si può pensare al secolo settimo, in piena epoca longobarda. A ornamento delle pareti vi sono pitture, in gran parte rovinate dal tempo che, seppur considerate di scarso valore artistico, si possono far risalire a non più tardi del 1400. Entrando sulla destra si trova una rappresentazione del martirio di San Vigilio: di giovane aspetto e vestito degli abiti pontificali sta genuflesso con la faccia rivolta in alto, mentre dei mostruosi uomini lo percuotono con certi ordigni, che sembrano attrezzi rurali. A sinistra si vede raffigurata «l'incoronazione di spine», in cui campeggia la figura di Cristo vestito di bianco e cogli occhi bendati, alle cui spalle stanno molte figure con in testa dei copricapi bianchi simili a cuffie (si pensa che il pittore volesse così rappresentare il popolo ebraico) e «la flagellazione» dove il Redentore è legato con le mani in croce ad una colonna lunga e sottile, e due carnefici, uno per parte, stanno in atto di flagellarlo.

All'ingiuria del tempo va anche aggiunta la mano umana che ci ha messo parecchio per far sì che questi dipinti giungessero a noi in uno stato di conservazione pessimo; ad esempio,  tutta la chiesa nel 1836, durante l'epidemia colerosa, divenne camera mortuaria per il vicino cimitero, a testimonianza del quale sono le tre lapidi poste accanto al capitello sulla facciata esterna, e fu tinteggiata di bianco per disinfettare al termine dell'infuriare del morbo.

Simile discorso per la campanella in cima al campanile che secondo gli atti, doveva risalire all'epoca del martirio di San Vigilio: di forma antica e allungata, venne rotta e rifusa nel 1874 senza che nessuno si curasse di trascriverne la data e le iscrizioni. Venne poi di nuovo sostituita nel 1922 poiché durante la Prima Guerra Mondiale tutte le campane del paese vennero tolte e fuse per servire agli scopi bellici: la nuova, del peso di 54 kg., reca incise le figure di San Vigilio, Santa Massenza, San Romedio e il Crocifisso. Interventi importanti di restauro, infine, furono fatti nell'anno 1899, come la sistemazione del pavimento e la decorazione generale della chiesa, e in occasione dell'Anno Santo 1974 – 1975 ulteriori restauri esterni all'edificio (rifacimento del tetto) e interni, per ridare alla primissima cappelletta il suo aspetto primitivo, che è poi quello che vediamo oggi. Di questi ultimissimi anni sono poi i lavori di sistemazione e abbellimento della zona circostante.

 

La figura di San Vigilio

 

Le fonti su Vigilio, come sul primo cristianesimo nel Trentino, non sono moltissime. Una è  a lista dei vescovi trentini contenuta nel messale fatto confezionare per la cattedrale di Trento dal principe vescovo Udalrico II verso l'anno 1042 recante il nome “Vigilio” e che morì “al tempo degli imperatori Teodosio e Onorio”; in essa Vigilio è al XVIII posto anziché al III, come invece afferma, e si ritiene attendibile, la Passio Sancti Vigilii. Lo slittamento avvenne lungo il primo Medioevo, con il desiderio, comune a tutte le diocesi di allora, di spingere il più possibile indietro nel tempo la fondazione della propria chiesa per mostrarne il prestigio: pertanto, ferma restando la morte di Vigilio nel 400 e 405, gli inizi della chiesa trentina sarebbero risultati molto più arretrati. Le altre fonti sul vescovo sono due: da un lato, due lettere di Vigilio sulla vicenda dei martiri di Anaunia, dall'altro la cosiddetta Passio Sancti Vigilii. Le prime sono ritenute universalmente autentiche e contemporanee ai fatti; la Passio presenta invece qualche problema critico.

 

Le Lettere

 

Le due lettere vennero scritte da Vigilio all'indomani del martirio del 29 maggio 397, e l'oggetto proprio di esse è la missione e il martirio di Sisinio, Martirio e Alessandro, originari della Cappadocia. La prima è indirizzata a S. Simpliciano di Milano, da poco succeduto a S. Ambrogio; la seconda a S. Giovanni Crisostomo vescovo di Costantinopoli. Più breve la prima e scritta immediatamente a ridosso dei fatti, di carattere vivo e immediato; più lunga e studiata la seconda, scritta probabilmente qualche tempo dopo e recante, insieme ai fatti, le riflessioni di Vigilio. Anche se il tema proprio delle due lettere è la vicenda dei Martiri di Anaunia, esse danno modo di conoscere anche il loro autore: la sua idea di missione, la sua spiritualità, il suo progetto pastorale. Le due lettere di Vigilio non sono testi di facile lettura, ma rimangono però un vero e proprio decreto di canonizzazione e vogliono esporre e illustrare le ragioni per cui i fatti narrati sono così degni di attenzione e i loro protagonisti sono diventati così degni di ricordo e di culto.

 

La Passio Sancti Vigilii

 

La Passio Sancti Vigilii è una breve biografia di Vigilio, una Vita, che dedica particolare attenzione alla sua morte, o martirio: da qui anche nei codici manoscritti il titolo di Passio (“Passione”). La natura di questo testo però non è prima di tutto storica, ma “agiografica”, cioè interessata primariamente a mostrare la santità del personaggio e a sostenere la devozione. Questa narrazione però non è contemporanea a Vigilio e, anche se non si è in grado di fissare con precisione l'epoca in cui venne scritta, si può pensare risalga all'epoca longobarda, cioè i due secoli dalla fine del VI alla fine dell'VIII. La narrazione presenta scostamenti rispetto alla realtà originaria che possiamo ricostruire dalle testimonianze sul cristianesimo tardo-antico in generale, e soprattutto dalle due lettere di Vigilio. Questi scostamenti della Passio rispetto alla realtà storica antica riguardano alcuni particolari della vicenda, ma soprattutto il modello interpretativo generale.

Nella Passio si trova subito un inquadratura della figura del santo: “Vigilio, cittadino di Trento di stirpe romana, s'era consacrato al servizio di Cristo cui aveva atteso fino dall'infanzia e raggiunse un grado così alto di perfezione cristiana, da essere giudicato degno di assumere la dignità dell'episcopato - come terzo nelle serie dei vescovi. Aveva circa vent'anni quando l'affetto del popolo lo elesse a questa carica. Successivamente, il vescovo della città di Aquileia, dietro richiesta, consacrò vescovo il beato Vigilio in un luogo fuori della città di Trento”.

L'affermazione della elezione a vescovo di Vigilio da parte del metropolita di Aquileia è il primo segno di una datazione posteriore della Passio rispetto ai fatti narrati. Come si è visto il metropolita che riconobbe e confermò Vigilio a vescovo di Trento fu Ambrogio e Trento entrò a far parte dell'ambito metropolitano di Aquileia soltanto qualche tempo dopo, verso la metà del VI secolo: certamente all'epoca della Passio il vescovo di Trento veniva consacrato dal vescovo di Aquileia (o dai suoi delegati) nella basilica collocata fuori delle mura, ivi costruita come santuario sulle tombe dei martiri di Anaunia e di Vigilio stesso. Si può considerare invece più che attendibile la parte in cui Vigilio chiede ai suoi colleghi vescovi di Verona e Brescia di poter “sconfinare” a portare il vangelo nei loro territori adiacenti la diocesi di Trento: l'evangelizzazione della terra trentina, è un dato storico reperibile anche nelle sue lettere, ma nonostante ciò fu più lenta e faticosa di quanto la Passio voglia far credere.

Il momento più noto e a cui anche la Passio dedica congrua attenzione, è la missione in Anaunia dei tre collaboratori di Vigilio: Sisinio, Martirio e Alessandro. Sulla vicenda dei martiri, la Passio integra e completa felicemente gli accenni delle lettere alle reliquie dei tre missionari e alla cura che Vigilio vi riservò: “Raccolsero i loro resti in candidi lini; e, portandoli a Trento, li collocarono con onore nella basilica che egli stesso aveva edificato”. Dopo questo fatto, Vigilio sentì con ancora maggiore ardore il suo compito missionario ed avendo ormai convertito tutto il territorio trentino e parte delle terre veronesi e bresciane, si avviò alla volta di “una località che, fino a quel momento, era rimasta estranea alla sua attività evangelizzatrice: zona posta in mezzi ai monti, assai orrida, tenacemente contraria alla religione cristiana, cinta tutt'intorno da rupi scoscese, e avente l'aspetto di un canale attraverso il quale scorre il fiume. Il nome della valle è Rendena”. Giunto quindi in quel luogo, ivi sorgeva un idolo rappresentante Saturno che la gente adorava. Allora gettò a terra l'idolo, lo ridusse in piccoli pezzi che gettò nel fiume Sarca e, salito sul basamento di pietra, incominciò a predicare la parola del Signore. La folla inferocita di contadini corse contro di lui con spade e pietre e scagliò contro il capo del santo una pioggia di pietre. “Il beatissimo martire, guardando di nuovo verso il cielo,  con volto grondante di sangue, rendendo grazie a Dio, spirò”. I suoi presbiteri o diaconi che erano con lui raccolsero poi il corpo di Vigilio, lo misero sul cavallo e si incamminarono per riportarlo in città. Quando giunsero al ponte sul fiume Sarca furono affrontati da una grande folla di bresciani armati, venuti per rapire il corpo del martire. I trentini però non cedettero: diedero loro un vaso di monete d'argento e proseguirono per la città portando il santo corpo, che venne seppellito con grande solennità nella basilica che lui stesso aveva fatto edificare. Presumendo che il martirio di S. Vigilio verso mezzo giorno fosse già avvenuto e visto che il corteo che ne trasportava la salma aveva una gran fretta di portarsi al di là del Sarca, si può facilmente pensare che il confine fra Trento e Brescia doveva essere il Sarca e più a monte il rio Finale, dunque il luogo dove avvenne la disputa. Con ciò i “bresciani” altro non erano che i primi cristiani della zona di Tione, appartenente alla tribù romana Fabia, mossi magari da “un sentimento di religiosa pietà di fronte alle spoglie  el loro apostolo Martire”.

Sempre la Passio ci fornisce la data stessa della morte: “Il beatissimo Vigilio, vescovo e martire incontrò il martirio il 26 giugno - e fu vescovo nella città di Trento per dodici anni - nell'anno del consolato di Stilicone”. Questo fu console due volte, nel 400 e nel 405, cosicché sull'anno esatto della morte di San Vigilio rimane un dubbio. Gli storici rilevano che, datato così, dovrebbe trattarsi del consolato dell'anno 400, potendosi presumere che, nel caso del secondo consolato, l'autore l'avrebbe specificato. L'ambiguità sulla data di morte si riflette ovviamente su quella d'inizio di episcopato, visto che questa non ci è stata tramandata e la si può calcolare solo sottraendo gli anni di ministero, dodici secondo la Passio, dall'anno della morte: ciò significa che, nel caso di morte di Vigilio nell'anno 400, il suo episcopato sarebbe iniziato nel 388 o 389. Senza problemi è invece la data del 26 giugno che stando alla Passio si riferisce senz'altro alla  morte, mentre in ogni caso è anche la data della festa poiché ne abbiamo informazione già in epoca alto medioevale. Di norma, specialmente nel caso dei martiri, la data della festa fissava anche il dies natalis del santo, vale a dire quello della sua morte; questo è valido anche nel caso di San Vigilio per il quale – come si usava nei primi secoli del cristianesimo - la festa veniva celebrata sulla tomba.

 

(a cura di Elena Salvaterra)

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